giovedì 19 aprile 2018

Narrándome/Narrandomi

de/di Jorge Muzam
(trad. Marcela Filippi)

Más que contar, me cuento. Es mi inclinación afortunada o nefasta, dependiendo del ánimo o la distancia con que se observe. El resto es adherencia, contexto, conjetura. Los colores van por cuenta de Nabokov. Es decir, a él le debo la importancia de ese aspecto narrativo. Y a Rulfo la inmensidad de un mundo hostil e inevitable. A Bukowski cierto cinismo, cierta orfandad de pugilista arrinconado. De Philip Roth intento adquirir su experticia para bucear en el alma compleja. Allí donde la moral o la religión son meras excusas de superficie para sobrevivir o doblegar a otros. De Joseph Roth, el santo bebedor, su ternura para retratar personajes que no encuentran su sitio. De Henry Miller, su chisporroteo nihilista. De Céline su poesía. De Foster Wallace su meticulosidad extravagante. De Joyce, su humor. A Kenzaburo Oé le debo la niebla que palpa los cerros, cierta perplejidad resignada ante el horror y no poca humildad. A Bashevis Singer, la escafandra ciega para respirar en un mundo tan injustamente usual.

Più che raccontare, mi racconto. E’ la mia inclinazione fortunata o nefasta, a seconda dell’animo o la distanza con cui si osservi. Il resto è adesione, contesto, congettura. I colori sono per Nabokov. Vale a dire, è a lui che debbo l’importanza di quell’aspetto narrativo. E a Rulfo, l’immensità di un mondo ostile e inevitabile. A Bukowski un certo cinismo, certa orfanilità da pugile messo all’angolo. Da Philip Roth cerco di acquisire la perizia con cui s’immerge nell’anima complessa. Lì dove la moralità o la religione sono semplici scuse di superficie per sopravvivere o per piegare gli altri. Da Joseph Roth, il santo bevitore, la sua tenerezza nel ritrarre personaggi che non trovano il loro posto. Da Henry Miller, il suo prorompente nichilismo. Da Céline, la sua poesia. Da Foster Wallace la sua stravagante meticolosità. Da Joyce, il suo umorismo. A Kenzaburo Oé gli debbo la nebbia che palpa le colline, una certa perplessità rassegnata di fronte all’orrore e non poca umiltà. A Bashevis Singer, il cieco scafandro per respirare in un mondo così ingiustamente usuale.

martedì 17 aprile 2018

MAR INSOMNE/MARE INSONNE

de/di Santos Domínguez Ramos
(trad. Marcela Filippi)

El mar no duerme nunca.
Las piedras van y vienen y el viento gira y gira.
Pero el mar nunca duerme.
El mar no tiene centro.
Vive en la irreparable página del naufragio,
en el vómito en sombra del tiempo oscuro y lento
y en la pausa profunda del abismo del sueño.
Vive en la luz opaca que miran los ahogados
en su estupor de noches sin faros ni planetas
lo mismo que en las brasas late aún la galaxia
que una música sorda enumeró en la arcilla
secreta de la noche.
Pero el mar nunca duerme. El mar no tiene centro.


Il mare non dorme mai.
Le pietre vanno e vengono e il vento gira e gira.
Ma il mare mai dorme.

Il mare non ha centro.
Vive nell’irreparabile pagina del naufragio,
nel vomito in ombra del tempo oscuro e lento
e nella pausa profonda dell’abisso del sogno.

Vive nella luce opaca che gli annegati guardano
nel suo stupore di notti senza fari né pianeti
come le braci palpita ancora la galassia
che una musica sorda ha inciso nell’argilla
segreta della notte.

Ma il mare mai dorme. Il mare non ha centro.